Pensiero del giorno 6 aprile 2023

Le ultime sette parole di Cristo

Fulton J. Sheen

La Quinta Parola

Ho sete

Fra le cinque parole già meditate, questa è la più breve. A differenza della nostra lingua che riporta due parole, in quella originale è una sola. Nel momento in cui il nostro Salvatore ricapitola il suo sermone, non maledice chi lo sta crocifiggendo, non rimprovera i timidi discepoli ai margini della folla, non disprezza i soldati romani, non incoraggia Maria Maddalena, non pronuncia parole d’amore al suo discepolo amato, né parole d’addio alla sua amatissima Madre. In questo momento non si rivolge nemmeno a Dio! Una sola parola affiora dagli abissi del suo cuore e attraversa le sue labbra riarse: «Ho sete».
Lui, Dio fatto uomo, che aveva lanciato le stelle nelle orbite dell’universo e le sfere celesti nello spazio, che «appese la terra come un ciondolo al suo polso», dalle cui dita rotolarono i pianeti e i mondi; che disse: «Mio è il mare e i fiumi che scorrono tra le migliaia di valli e le sorgenti che sgorgano tra le innumerevoli colline», proprio Lui ora chiede all’uomo dell’acqua! Ma non chiede acqua terrena, bensì un po’ d’amore. Come se dicesse: «Ho sete… d’amore!». L’ultima parola rivelava la sofferenza dell’uomo senza Dio; questa parola rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Il Creatore non può vivere senza la creatura, il Pastore senza il gregge, la sete d’amore di Cristo senza l’acqua spirituale dei cristiani. Ma cosa ha fatto Gesù per sentirsi tanto in diritto di chiedere il mio amore?
Quanto mi ha amato Dio? Se volessi sapere quanto Dio mi abbia amato, allora fate che io lasci risuonare la parola «amore» dalle profondità del suo significato, significato così spesso frainteso. Amore vuole dire prima di tutto dare, e Dio ha dato il suo potere al nulla, la sua luce all’oscurità, il suo ordine al caos: è la Creazione. Amore significa rivelare se stessi a chi si ama, e Dio, attraverso le Scritture, ci ha rivelato la sua natura e le grandi speranze che egli nutre per l’umanità caduta: è la Rivelazione. Amore significa soffrire per chi si ama, per questo si parla di frecce e di dardi d’amore, cioè di qualcosa che ferisce, e ora Dio sta soffrendo per noi sull’albero della croce, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Amore significa anche diventare uno con chi si ama, non solo nell’unità della carne, ma soprattutto nell’unità dello spirito, e Dio ci ha amato tanto da istituire l’Eucaristia, affinché noi possiamo rimanere in lui e lui in noi nell’ineffabile unione del Pane di vita. Amore vuole dire desiderare di rimanere eternamente con chi si ama, e Dio ci ha amato tanto da prometterci una dimora con il Padre, dove regnano una pace e una gioia che il mondo non può dare e il tempo non può portare via: è il paradiso.
Certamente l’amore si è espresso al massimo. Cristo non avrebbe potuto fare di più per la sua vigna di ciò che ha fatto. Avendo versato tutta l’acqua del suo amore eterno nei nostri poveri e aridi cuori, non ci meravigli che ora sia tanto assetato di amore. Se amare significa reciprocità, allora egli ha tutto il diritto al nostro amore! Perché non rispondiamo? Perché lasciamo che il Cuore divino muoia di sete per l’amore umano? Giustamente egli potrebbe lamentarsi dicendo:
“Ecco, tutte le cose fuggono da te, / poiché sei tu che ti nascondi da me! / Strane, pietose, futili cose… / Perché ogni piccola cosa può allontanare il tuo amore da me? / «Non vedendo nessuno non voglio affaticarmi per nulla», egli disse. / «L’amore ha bisogno di essere meritato». Come l’hai meritato tu, che fra tutti gli uomini, miseri grumi di argilla, / sei il più meschino? / Ahimè, non lo sai! / Quanto sei poco degno di qualunque amore! / Chi troverai da amare, ignobile come sei? Me, soltanto me” (F. Thompson, The Hound of Heaven).

Preghiera

O Gesù! Tu mi hai dato tutto, mentre io non ti ho dato nulla in ritorno. Quante volte sei venuto per raccogliere uva nella vigna della mia anima, eppure hai sempre trovato uva selvatica! Quante volte tu hai cercato, ma non hai trovato nulla; hai bussato, ma hai trovato chiusa la porta della mia anima! Quante volte mi hai chiesto da bere, ma io ti ho dato solo aceto e fiele!
Quante volte, o Gesù, ho temuto di possederti, perché sapevo che avere te significava non avere altra cosa. Io dimentico che, avendo il fuoco, dovrei dimenticare la scintilla; avendo il sole del tuo amore, dovrei dimenticare la candela del cuore umano; avendo la pienezza della tua gioia, dovrei dimenticare la parzialità delle gioie terrene. O Gesù, la mia è la triste storia di non saper ricambiare cuore per cuore, amore per amore. Al di sopra di tutti i doni che può avere l’uomo, dammi il dolce dono di essere compassionevole con te.
“Io sono una pietra e non una pecorella, per questo posso stare ai piedi della tua / croce, o Cristo, / e contare, goccia dopo goccia, / il tuo sangue che scende lentamente senza piangere! / Non così ti amarono quelle donne che con grande dolore si abbandonarono al lamento; / non così ti amò Pietro che rinnegandoti versò lacrime amare; non così ti amò il ladrone che pentitosi si sciolse in lacrime di compassione; / non così il sole e la luna che nascosero il loro volto dietro un cielo privo di stelle. / Che orrore di impenetrabile oscurità nel mezzo del giorno! / Solo io non provo nulla. / Ma tu non ci badare / e cerca la tua pecorella, / tu che sei il vero Pastore del gregge. / Tu che sei più grande di Mosè, voltati, guardami, / e ancora una volta colpisci la roccia” (Ch. Rossetti).

Fonte: Le ultime sette parole. Meditazioni per la Quaresima di Fulton J. Sheen (San Paolo Edizioni)