Pensiero del giorno 18 settembre

Ave Maria!

XXV DOMENICA del Tempo Ordinario 

Letture:         Amos 8,4-7

1 Timoteo 2,1-8

Luca 16,1-13

 

  1. Quelli che fanno il bene dovrebbero impegnarsi almeno quanto quelli che fanno il male

E` una parabola molto chiara e non c`è bisogno di spiegarne i dettagli. Ci dica lo stesso Signore perché inventò questa parabola. “Perché, egli dice, “i figli di questo mondo son piú avveduti dei figli della luce” (Lc 16,8). Il Signore non loda, certo, la malizia dell`amministratore, ma la sua avvedutezza. Non lo loda per la frode che fa, ma per l`ingegno col quale provvede al suo futuro. Non sapendo, infatti, come vivere, poiché non era capace di zappare e si vergognava di chieder l`elemosina, trovò un aiuto singolare, aggiungendo una frode alla malversazione dei beni del suo padrone. Non viene lodato per la moralità della sua azione, ma per l`astuta trovata. E a questa avvedutezza applaude il Signore, quando dice: “I figli di questo mondo sono piú avveduti dei figli della luce. Quelli sono piú avveduti nel male che questi nel bene. A stento, infatti, si trovano alcuni santi che mettano tanta accortezza nell`acquisto dei beni eterni, quanta furbizia hanno questi nell`accaparrarsi i beni temporali. Per questi essi vegliano giorno e notte, lavorano, s`angustiano, e con frodi, furti, rapine, tradimenti, spergiuri, omicidi non cessano mai d`accumular tali ricchezze. E chi può dire quanta furbizia mettano nell`ingannarsi l`un l`altro? Sentano i figli della luce e si vergognino di farsi vincere dai figli di questo mondo. Queste cose sono state scritte proprio perché diventiamo piú accorti senza tuttavia imitarli nell`ingiustizia. Perciò viene aggiunto: E io vi dico: “Fatevi degli amici col mammona d`iniquità” (Lc 16,9), ma non come fece l`amministratore infedele. Non frodando l`altrui, ma dando il vostro. Tutte le ricchezze che sono avaramente conservate, sono inique. E non sono equamente distribuite, se, dopo aver messo da parte ciò che serve a te, non dai il resto agli indigenti. Perciò l`Apostolo: Ci vuole – dice – una certa uguaglianza; la vostra abbondanza colmi la loro indigenza e la loro abbondanza supplisca alla vostra necessità (cf. 2Cor 8,13). Dalle quali parole si vede bene che non ci viene ordinato di dare il necessario, ma il di piú. L`Apostolo non vuole che diamo al punto da ridurci in penuria. Le ricchezze, allora, che per sé sono inique se son divise a questo modo, generano amici e il premio eterno. Le ricchezze non divise sono ingiuste, ma se son divise, diventano giuste. Né c`è piú affatto ricchezza, se i beni son ridotti alla necessità. Tolto il superfluo, finisce il problema dell`iniquità della ricchezza. Il Maestro continua: “Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto, chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto (ibid.). Questo vale particolarmente per gli apostoli e per i dispensatori dei beni della Chiesa. Non sono dunque da affidare cose importanti a quelli che nella vita privata non sono stati fedeli, e di quel poco che avevano non fecero opere di misericordia e di pietà. Ma non dobbiamo dubitare della fedeltà amministrativa di coloro che generosamente sovvengono gli altri col poco che hanno. Perciò l`Apostolo ammonisce che i vescovi non devono essere cupidi di danaro né procacciatori di lucro ingiusto. Bisogna tener presente nella elezione dei capi come si siano diportati nel poco e quanto abbiano di misericordia e di pietà. Perciò è detto ancora: “Se non siete stati fedeli nell`amministrare le ricchezze di questo mondo, chi vi affiderà le vere?” Se non avete usato in misericordia dei beni transitori, chi potrà affidarvi l`amministrazione dei beni della Chiesa, che sono veri e santi?

E se non siete stati fedeli nel bene altrui, ciò che è vostro chi ve lo darà?” Non son beni nostri le cose che possono essere perdute a ogni momento della vita, come tutti i beni temporali. Son nostri invece i beni che non possiamo perdere. Son ricchezze altrui le ricchezze temporali; essere buoni e non mettere la nostra speranza nei beni temporali, questa è, invece, la nostra vera ricchezza. Ma questa ricchezza veramente nostra non ci sarà data, se non saremo fedeli nell`amministrare i beni temporali; a questa condizione i veri beni ci sono stati predestinati.

(Bruno di Segni, In Luc., 2, 7)

Mese dell’Addolorata

di Don Giuseppe Tommaselli

Terzo dolore: SMARRIMENTO DI GESÙ

Avvenne che Gesù, all’età di dodici anni, essendo andato con Maria e Giu­seppe a Gerusalemme secondo la consue­tudine della festa ed essendo finiti i gior­ni della festa, rimase in Gerusalemme e non se ne accorsero i suoi parenti. Cre­dendo che Egli fosse nella comitiva dei pellegrini, fecero un giorno di cammino e lo cercarono tra gli amici e i conoscen­ti. E non avendolo trovato, ritornarono a Gerusalemme per cercarlo. Dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai Dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. Quelli che ascoltavano, si stupivano della sua prudenza e delle sue risposte. Maria e Giuseppe, vedendo­lo, si meravigliarono; e la Madre gli dis­se: « Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, addolorati, ti abbia­mo cercato! – E Gesù rispose: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo trovarmi in quelle cose che riguardano il Padre mio? – Ed essi non compresero il significato di queste parole. E discese Gesù con loro e venne a Nazaret; e sta­va soggetto ad essi. E la Madre sua con­servava tutte queste parole nel suo cuo­re (S. Luca, II, 42).

Il dolore che provò la Madonna nello smarrimento di Gesù, fu tra i più acerbi della sua vita. Più prezioso è il tesoro che si perde, più dolore si ha. E quale tesoro più prezioso per una madre che il proprio figlio? Il dolore è in rapporto all’amore; quindi Maria, che viveva so­lo dell’amore di Gesù, dovette sentire in modo straordinario la puntura della spada nel suo cuore.

La Madonna in tutte le pene conservò il silenzio; mai una parola di lamento. Ma in questo dolore esclamò: Figlio, per­ché ci hai fatto questo? – Di certo non intendeva rimproverare Gesù, ma fare un’amorosa lagnanza, non conoscen­do lo scopo di quanto era avvenuto.

Ciò che soffrì la Vergine in quei tre lunghi giorni di ricerca, non possiamo comprenderlo appieno. Nelle, altre pene aveva la presenza di Gesù; nello smar­rimento mancava tale presenza. Dice 0­rigène che forse il dolore di Maria fu intensificato da questo pensiero: Che Ge­sù si sia smarrito per colpa mia? – Non c’è maggior pena per un’anima a­mante che il timore d’avere disgustata la persona amata.

Il Signore ci ha dato la Madonna co­me modello di perfezione e ha voluto che soffrisse, e moltissimo, per farci com­prendere che la sofferenza è necessaria ed apportatrice di beni spirituali la la pazienza è indispensabile per segui e Gesù che porta la Croce.

L’angoscia di Maria ci dà degli inse­gnamenti per la vita spirituale. Gesù ha una moltitudine di anime che lo amano davvero, servendolo con fedeltà e non a­vendo altro di mira che fargli piacere. Di tanto in tanto Gesù si nasconde a loro, cioè non fa sentire la sua presenza, e le lascia nell’aridità spirituale. Spesso que­ste anime si turbano, non sentendo il pri­mitivo fervore; credono che le preghiere recitate senza gusto non siano gradite a Dio; pensano che sia un male il fare il bene senza slancio, anzi con ripugnanza; in balia delle tentazioni, ma sempre con la forza di resistere, temono di non pia­cere più a Gesù.

Costoro si sbagliano! Gesù permette l’aridità anche alle anime più elette, af­finché si distacchino dai gusti sensibili ed affinché abbiano a soffrire molto. In­vero l’aridità è per le anime amanti una dura prova, spesso un’angosciosa agonia, pallidissima immagine di quella provata dalla Madonna nello smarrire Gesù.

A chi è tribolato in questo modo, si raccomanda: la pazienza, aspettando l’o­ra della luce; la costanza, non tralascian­do alcuna preghiera od opera buona, su­perando la noia o l’abbattimento; dire spesso: Gesù, ti offro la mia angoscia, in unione a quella che tu provasti nel Get­semani e che la Madonna provò nel tuo smarrimento! –

ESEMPIO Il Padre Engelgrave narra che una povera anima era angosciata per afflizio­ni di spirito; per quanto bene facesse, credeva di non piacere a Dio, anzi di di­sgustarlo. ,

Era devota della Madonna Addolora­ta; a Lei pensava spesso nelle sue pene e contemplandola nei suoi dolori ne ri­ceveva conforto.

Ammalatasi gravemente, il demonio approfittò per tormentarla di più con i soliti timori. La Madre pietosa venne in aiuto della sua devota e le apparve per assicurarla che il suo stato spirituale non dispiaceva a Dio. Così le disse: Perché temi i giudizi di Dio e ti rattristi? Tu tante volte mi hai consolata, compaten­do i miei dolori! Sappi che è proprio Gesù che mi manda a te per darti sollievo. Consolati e vieni con me in Paradiso! –

Piena di confidenza, quell’anima de­vota dell’Addolorata, spirò.

 

SANTA DOMENICA!